In viaggio nell’Italia dei Sapori

L’Italia è il paese dei sapori

PIEMONTE

Bagna Cauda

Un piatto semplice della tradizione contadina che si consuma quando le temperature iniziano a scendere. La bagna cauda è una salsa che nasce dalla lunga e paziente cottura di aglio, olio extravergine d’oliva ed acciughe. Servita in tavola nel dian, il tegame di cottura in terracotta, e tenuta calda grazie ad uno scaldino, la bagna cauda si mangia intingendovi verdure di stagione crude e cotte come cardi, topinambur, cavolfiori, cipolle cotte al forno, peperoni crudi o grigliati, patate al vapore, rape ecc

Panissa

La panissa è un particolare tipo di risotto diffuso soprattutto nelle province di Novara e di Vercelli. Si pensa che il nome derivi da “panìgo”, una varietà povera di miglio, con il quale veniva realizzato prima della diffusione del riso. Questo piatto tipico della cucina piemontese viene infatti oggi cucinato con riso Arborio, Baldo o Maratelli cucinato con fagioli di Saluggia o di Villata, vino rosso Barbera, cipolla, lardo, salam d’laduia, sale e pepe. Un piatto dal sapore ricco, come la maggior parte dei piatti piemontesi, assolutamente da assaggiare.

Tajarin al tartufo, al sugo di salsiccia o ragu

Uno dei più preziosi ingredienti della cucina piemontese, il tartufo bianco d’Alba, incontra in questo piatto i mitici tajarin (tagliolini), tipica pasta all’uovo originaria delle Langhe e Monferrato ma diffusa in tutto il Piemonte. I tajarin conditi con il burro e impreziositi dal profumo e dal gusto del tartufo bianco sono un piatto da assaggiare almeno una volta nella vita (ma anche più di una).

Agnolot ripieni del plin

Gli agnolòt dël plin, la speciale pasta ripiena piemontese caratteristica della zona delle Langhe e Monferrato sono un altro dei piatti assolutamente da assaggiare in Piemonte. Il termine “plin” deriva proprio dal “pizzicotto” che viene fatto per chiuderlo. Questi deliziosi rettangoli di pasta ripiena sono stati inseriti nei “Prodotti agroalimentari tradizionali italiani” e sono tutelati dalla Regione Piemonte.

Gnocchi al Castelmagno

Il Castelmagno è un formaggio che prende il nome dall’omonimo comune situato nella provincia di Cuneo. Con questo buonissimo formaggio a pasta semidura prodotto con latte vaccino si preparano diversi piatti tipici piemontesi come appunto i gustosissimi “gnocchi al castelmagno”, assolutamente da provare. Il formaggio può essere anche consumato da solo accompagnato con miele.

Gran Bolito misto con le salse

Il Gran Bollito misto alla piemontese viene anche chiamato “Bollito storico risorgimentale piemontese” poiché molto apprezzato dal Re Vittorio Emanuele II. È un piatto molto ricco ed elaborato costituito da: sette tagli principali di manzo che vengono cotti insieme nella pentola più grande, sette ammennicoli (ovvero tagli di carne cotti in pentole differenti), sette gustosissime salse tra cui il bagnet verd e il bagnet ross, un richiamo (lonza di maiale) e quattro contorni di verdure (patate lesse, funghi trifolati, spinaci al burro e cipolle in agrodolce). Al termine di questo ricco pasto viene servita una tazza di brodo bollente. Il Gran Bollito è un altro piatto da gustare durante la stagione fredda insieme ad un ottimo vino rosso piemontese come il Dolcetto, il Barbera o il Grignolino.

Brasato al Barol

Il brasà, ovvero il brasato al Barolo, è uno stufato di carne di Fassone cotto a lungo nell’omonimo vino. Uno dei piatti piemontesi per eccellenza dove la regina delle carni incontra il re dei vini. Un connubio perfetto tutto da gustare.

Vitello Tonnato

Tra i più classici antipasti della cucina piemontese, il vitel tonné è un piatto gustoso realizzato con girello di fassone marinato nel vino bianco secco e condito con aromi quali carota, sedano, cipolla e alloro per almeno mezza giornata e successivamente bollito in acqua insieme alla sua marinatura. Una volta cotta, la carne viene tagliata a fette sottili e ricoperta di salsa tonnata realizzata con il tonno ovviamente, il tuorlo delle uova sode, olio extravergine di oliva, capperi, acciughe sotto sale, vino bianco, qualche goccia di succo di limone, sale e pepe.

Formaggio delle langhe, Castelmagno

Bunet

Il Bonet, pronunciato bunet, è un antichissimo budino piemontese realizzato con zucchero, uova, latte, cacao, rum e amaretti secchi. In piemontese la parola bônèt indica un cappello o berretto tondeggiante, la cui forma ricorda quella dello stampo in cui viene cotto il dessert. Un pasto piemontese che si rispetti dovrebbe terminare con uno dei dolci tipici della regione, magari proprio con il bonet.

 Bicerin

La bevanda calda preferita da Cavour che potete bere soltanto in Piemonte è un’altra delle delizie piemontesi assolutamente da provare. Il “bicchierino”, questa la traduzione del piemontese bicerin, è preparato con caffè, cioccolato e crema di latte. A Torino potete assaggiarla nei famosi caffè storici ed in particolare al Caffè Confetteria Al Bicerin che detiene ancora la ricetta originale.

Paste di Melinga

Eccolo qua il Presidio Slow Food per eccellenza: stavolta non si tratta del singolo ingrediente, ma di un’intera ricetta protetta dal suo status di preparazione tradizionale a rischio di estinzione. Le paste di meliga monregalese sono dei biscotti tipici di Mondovì e della provincia di Cuneo, la cui lista di ingredienti si limita a zucchero, burro, uova fresche, farina bianca e farina di mais macinata a pietra. L’impasto non deve essere troppo fine, il che vuol dire che non serve diventare matti dietro ai grumi, anzi quella consistenza “sabbiosa” è il tratto distintivo che caratterizza le paste di meliga autentiche. Gli altri requisiti sono il colore giallo, la consistenza croccante e il sapore non troppo burroso né troppo dolce e dal vago sentore di tostatura. Se mangiarle significa valorizzarle, noi siamo ben contenti di sacrificarci per la causa.

Marron Glace

A Cuneo il più famoso è il marron glacé, una grossa castagna della varietà marrone che viene sciroppata e immersa nello zucchero. La ricetta tradizionale è molto antica (troviamo la prima attestazione scritta verso la fine del Settecento) e anche parecchio laboriosa (almeno quattro giorni di tempo per bollire, spelare e candire i marroni come si deve). Un lavoraccio per pochi momenti di piacere: però, se ne vale la pena!

Torta di nocciole

Se si parla di Piemonte non si può non nominare uno dei suoi (tanti) prodotti di eccellenza: la Tonda Gentile di Langa, cultivar della pregiatissima Nocciola del Piemonte Igp. La sua qualità indiscutibilmente superiore è data da fattori tecnici quali la forma sferoidale, il guscio sottile, il limitato tenore dei grassi che ne previene l’irrancidimento e la pellicola sottile che si stacca facilmente dopo la tostatura. Ma parliamoci chiaro, quello che in noi consumatori accende la modalità “scoiattolo vorace” è il distintivo aroma delicato ma persistente, la consistenza compatta e croccante, il gusto dolce e cremoso.

Cioccolata gianduiotti

La città di Torino, in Piemonte, è nota come la città italiana del cioccolato. La lunga storia d’amore fra Torino e il cioccolato inizia nel 1560 quando, per festeggiare il trasferimento della capitale ducale da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto di Savoia servì simbolicamente alla città una fumante tazza di cioccolata.
Una passione autentica che ha creato specialità natalizie e non solo, note in tutto il mondo, stimolando nei secoli la fantasia dei maestri cioccolatieri.
È nella capitale sabauda che nel Settecento nasce il Bicerin, bevanda calda a base di caffé, cacao, crema di latte.
Anche attraverso il cioccolato, Torino ha saputo esprimere il suo gusto per l’innovazione, tanto che all’inizio dell’Ottocento viene sperimentata una nuova apparecchiatura: impastando cacao, vaniglia, acqua e zucchero permetteva di trasformare la cioccolata in solide tavolette e dar vita ai cioccolatini, in ogni declinazione, dai bombon alle praline, dai tartufi ai cremini. Nel 1865 il Gianduiotto, nato da Michele Prochet che unì il cacao alla nocciola delle Langhe, la “Tonda Gentile”, fu il primo cioccolatino ad essere incartato. I gianduiotti furono immessi per la prima volta sul mercato in occasione del Carnevale, ragion per cui il celebre cioccolatino, uno dei simboli torinesi, porta il nome della mitica maschera torinese, il rubicondo Gianduja.

Tartufo d’Alba Se qualcuno ci dicesse: “Conosci il tuber magnatum pico?“, difficilmente saremmo pronti a rispondere con immediatezza, ma alla domanda “Vi piace il tartufo bianco?” l’assenso sarebbe probabilmente immediato. In effetti, si tratta dello stesso prodotto: è la specie di tartufo più pregiata in assoluto sia dal punto di vista gastronomico che da quello economico. Infatti, per gli elevatissimi costi che può raggiungere è considerato il più prezioso dei diamanti.
Sicuramente tra i più conosciuti c’è il tartufo bianco di Alba; cittadina piemontese della provincia di Cuneo che detiene il primato per la più antica Fiera del Tartufo bianco che si svolge tra ottobre e novembre. Sin dal principio la manifestazione si è caratterizzata come un appuntamento internazionale da non perdere e che nel corso degli anni ha visto la partecipazione di grandi personaggi, dagli sportivi come Joe di Maggio ai registi come Alfred Hitchcock, da Re Farouk a attori come Ugo Tognazzi, Alain Delon, Gérard Depardieu, e molti altri ancora. 

Barolo

Lombardia

Risotto alla milanese

Ovvero il classico per antonomasia, il riso di colore giallo più famoso in Italia vanta lontane origini. La leggenda narra del lontano 1500 quando la figlia di un vetraio del Duomo – simbolo di Milano con il suo tesoro e la passeggiata in terrazza – provò a usare lo zafferano per tingere il risotto, utilizzando il pistillo che fino a quel momento veniva usato solamente dai mastri vetrai per ottenere il colore oro nel vetro. Da qui l’ipotesi che tutto iniziò in seguito ad uno scherzo ma il consenso per questo nuovo piatto fu tale che la ricetta entrò a ben ragione tra le più rinomate del territorio.

Ingredienti base: riso, zafferano, burro. Molti amano unirvi anche l’ossobuco creando il piatto unico più lombardo di tutti.

Risotto con la luganega

La piccola provincia di Monza-Brianza potrà essere famosa per tante cose, dalla Monaca libertina agli imprenditori in giacca e cravatta. Noi però, che sappiamo molto bene quanto sia facile prendervi per la gola, siamo sicuri che d’ora in poi il risotto con la luganega sarà la prima cosa che vi verrà in mente. Questo piatto, pur essendo intrinsecamente legato alla città di Monza tanto da essere conosciuto come risotto alla monzese, ha tantissime varianti, e sempre in aggiunta. Croce e delizia di tutte le basi farinacee come pasta e pizza, anche il risotto è arbitrario sui condimenti. Nella ricetta originale l’ingrediente principale è la luganega, una salsiccia di suino tipica di questa zona

Tortelli di zucca mantovana

Questa ricetta antica e dal sapore rinascimentale è il primo piatto che vira deciso verso il dolce. Quando ci troviamo di fronte ai tortelli di zucca autentici la sensazione è quella di essere catapultati indietro nel tempo: potremmo benissimo essere alla corte dei Gonzaga 500 anni fa, tanti sono i secoli di storia per questa preparazione. Qui a Mantova ancor prima dei tortelli il vero simbolo è la zucca mantovana, varietà locale dalla polpa compatta e arancione tenue, deliziosa anche solo cotta al vapore senza nessun condimento.

I tortelli sono la tipica pasta ripiena di zucca, amaretti, mostarda, zucchero, grana padano e noce moscata che viene servita come primo piatto di magro durante la Vigilia di Natale. Il connubio di ingredienti fa sì che il dolce preponderante sia bilanciato dal salato del formaggio e dal piccante-agro della mostarda di pere o mele. Il condimento classico è burro e salvia e l’espressione classica di chi mangia è un misto tra beatitudine e incredulità

Cassoeula Un tempo era usanza cucinare questo piatto solo in occasione della festività di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, festa in cui i tagli poveri del maiale venivano uniti alla verza. Oggi invece, a partire dai primi freddi autunnali, ogni occasione è buona per gustarlo sia in casa che in alcuni dei migliori locali storici in Lombardia. La cassoeula è inoltre il “piatto forte” di numerose sagre lombarde che si tengono proprio fra ottobre e novembre. Riguardo le origini, la leggenda narra di un soldato spagnolo che innamorandosi di una cuoca, le insegnò la ricetta della cassoeula. Questa la provò per la famiglia nobile per cui lavorava e da allora il piatto si diffuse.  
Ingredienti base: resti del maiale meno nobili (cotenna, codini, orecchie, piedi, ecc.), luganega, costolette e verza.

Pizzoccheri
Tutti (o quasi) ne vanno matti e in tanti si dirigono fino in Valtellina solo ed esclusivamente per poter assaggiare e gustare i rinomati pizzoccheri valtellinesi, una vera e propria esperienza culinaria. Questa gustosa prelibatezza ha peraltro ottenuto da poco il meritato marchio Igp dall’Unione Europea. L’origine del piatto risale al XIV secolo, grazie alla diffusione del grano saraceno che ne è l’ingrediente principale e Teglio fu il paese di origine che tutt’oggi rende omaggio alla sua tradizione. Qui è nata l’Accademia del Pizzocchero e si possono vivere le sagre dedicate a questa specialità, in estate e nei weekend dei Sapori d’Autunno

Polenta e misultin

Anche i laghi sono un elemento naturale che ha influenzato la tradizione gastronomica della regione e l’abbinamento polenta e misultin, piatto tipico della zona del Lago di Como, ne è un saporito esempio. Il misultin è un pesce chiamato sardina, ma in realtà nel gergo più tecnico è un agone che vive nei laghi lombardi e che richiede una particolare lavorazione per poterlo conservare a lungo. Al contrario la preparazione della portata è assai semplice e leggera: i pesci sono scottati alla griglia e serviti con un contorno di polenta.

Casoncelli

Di questa pasta all’uovo ripiena ci sono due scuole di pensiero: una è bresciana, l’altra è di Bergamo. In questa sede ci occupiamo della seconda, quella della città divisa in “Alta” e “Bassa” (con in mezzo le mura che sono patrimonio dell’Unesco) e che è diventata suo malgrado sinonimo di dialetto impronunciabile. Da queste parti i casoncelli si chiamano casonsèi e più di un elemento li rende inconfondibili.

Partiamo dalla pasta: farina, semola, uova, acqua, e fin qui niente di strano. Arriviamo al ripieno: l’ingrediente immancabile è l’arrosto di vitello unito a uvetta, amaretti, grana padano, noce moscata. Per bilanciare con l’acido, c’è chi ci mette dentro addirittura pera o scorza di limone. La pasta viene chiusa intorno al ripieno in una forma squadrata detta cassone, da cui il nome casoncelli, Il condimento è uno e trino, ovvero burro, burro e burro

Cotoletta milanese

Amata dai bambini e dagli adulti, la cotoletta è ormai presente in tutti i ristoranti d’Italia, ma solo a Milano, città d’arte e gusto, i veri amanti del turismo enogastronomico possono assaggiare quella autentica, nonostante le sue origini siano ancor oggi controverse. Italia e Austria, infatti, si contendono da secoli la creazione di questo piatto, dagli austriaci accusato di essere troppo simile alla loro wiener schnitzel. Chi avrà ragione? Forse ha poca importanza, la cosa fondamentale è poterne assaporare la straordinaria bontà.
In Lombardia sentirete anche spesso parlare di “cotoletta ad orecchia di elefante”: in questo caso la cotoletta è sottile e con impanatura croccante.

Ingredienti base: vitello (non maiale, non pollo…), impanatura e burro.

Mostarda lombarda

Nata nel Seicento, la mostarda ha numerose varianti ma resta una pietanza tipica di questa regione da accompagnare a diversi piatti salati. Usata per tradizione nel periodo natalizio, le variabili provinciali sono diverse: a Cremona è molto piccante, a Milano più speziata, a Voghera è leggera e a Mantova viene fatta solo con mele fritte, miele e vino bianco. É nato anche un Festival dedicato a questa specialità, che conviene gustare proprio nei prossimi mesi freddi, magari nel corso di un affascinante tour enogastronomico nelle splendide città d’arte della Lombardia sud-orientale.

Ingredienti base: frutta, zucchero ed essenza di senape

Panettone Milanese

È nato proprio a Milano il dolce più tipico del Natale del Nord Italia. In Lombardia la ricetta è cosa nota e viene tramandata da secoli, considerato che la leggenda risale ai tempi della corte di Lodovico il Moro (1452-1508). A quanto pare in occasione di un banchetto il cuoco bruciò il dessert e in suo aiuto venne un generoso garzone, Tony, che si offrì di servire agli ospiti il dolce che aveva creato lui la mattina con gli avanzi della dispensa. Il cuoco accettò e tutti i commensali furono entusiasti al punto che il “pan de Tony” divenne noto in tutta Italia (da qui pare abbia avuto origine il nome Panettone, anche se forse è più probabile si tratti di “grande pane”)

Torrone cremonese

Per concludere, un altro dolce natalizio: il torrone cremonese è una ricetta gustosa e facile da preparare a casa. Le origini di questo dolce appartengono proprio alla città di Cremona: nel XII secolo un cremonese tradusse un testo arabo che spiegava come cucinare il “turun”. Per altri invece l’arrivo del torrone in Italia si deve alla corte di Federico II e ai suoi cuochi arabi. A quanto pare la derivazione araba è quasi certa. In Italia però c’è una data che designa la nascita ufficiale del torrone cremonese: il 1441, anno in cui Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti si sposarono e servirono il torrone con la forma del Torrazzo di Cremona ai propri commensali. Oggi questo dolce è una tradizione ben consolidata che viene celebrata ogni anno a novembre con la Festa del Torrone, ricca di corsi di cucina, spettacoli e laboratori.

Ingredienti base: albume d’uovo, miele, zucchero e mandorle

Sbrisolona e tortionata

 dolciaria che assomiglia parecchio alla sbrisolona di Cremona, ma guai a confondere le due cose! La tortionata è una torta friabile di mandorle codificata nel 1865 dalla pasticceria Tacchinardi, una delle più antiche del centro. Il suo nome non ha niente a che vedere con l’etimologia classica della torta: deriva piuttosto da tortijon, che indica il “ferro attorcigliato” che veniva utilizzato per tagliare il dolce. Per consumarlo infatti non viene utilizzato il coltello, ma spezzato con le mani in pezzi piccoli.

Tirano

Ordinate una fetta di bisciola, conosciuta anche come il panettone valtellinese, il dolce tipico Si tratta di una morbida pagnotta di grano e farina con frutta secca, in particolare uvetta, fichi e noci. Una bomba calorica in piena regola, che serve però per darvi la giusta energia per iniziare la giornata.

Se avete la fortuna di trovare un cameriere gentile e del posto, fatevi raccontare la storia di questo dolce: secondo la leggenda, infatti, pare che la bisciola sia stata fatta confezionare dal cuoco di Napoleone quando le sue truppe invasero l’Italia del nord. E come se non bastasse, il Pan di fich, altro nome con cui è conosciuto il dolce, da più di 200 anni è uno dei simboli culinari del Bormio.

FRIULI VENEZIA GIULIA

VENETO

Pasta e fagioli

Riso nero con le seppie

Risotto al Radicchio

 Casunzei

Tipici dell’ampezzano ma con radici che affondano nella cucina mitteleuropea, i casunzei sono dei ravioli di pasta all’uovo ripieni di barbabietole rosse. La forma a mezzaluna è inconfondibile così come il colore rosa intenso ed il sapore dolce, in cui le barbabietole trovano un degno accompagnamento nella ricotta. Il condimento immancabile non è tanto il burro fuso a cui siamo abituati nel caso dei piatti di montagna, e che diventa il premio a cui puntiamo quando organizziamo passeggiate più o meno impegnative in montagna, quanto i semi di papavero, segno dell’influenza della mitteleuropa. La loro presenza, discreta come dei piccoli granelli di pepe, non è solo un’aggiunta cromatica ma completa il piatto rendendolo memorabile

RISI E BISI

Indefinibile ricetta a metà strada tra la minestra densa ed il risotto morbido, i risi e bisi sono un piatto storico veneziano, un grande classico che sotto un’apparente semplicità nasconde insidie notevoli, dalla consistenza alla dolcezza del sapore. Proprio perché gli ingredienti sono pochi, la loro qualità deve essere altissima. In passato i bisi scelti per il piatto dogale erano quelli di Lumignano, in provincia di Vicenza. Oggi segnatevi anche quelli di Colognola ai Colli nel veronese e quelli di Baone nel padovano. Ricordatevi che è un piatto primaverile, eviterete fregature fuori stagione.

Baccala alla vicentina

E’ uno dei piatti più rappresentativi della regione, orgoglio vicentino e omaggio ad una cucina in cui abbondanza di tempo e condimenti erano la regola. Ormai avete imparato che in Veneto baccalà significa stoccafisso, e fa riferimento ad una conservazione non sotto sale bensì lasciando seccare il pesce. Ora imparate anche il verbo “pipare”, che è fondamentale per la riuscita del piatto: significa che il baccalà deve cuocere a fuoco molto dolce (per circa 4 ore e mezzo, dice la ricetta originale), muovendo ogni tanto il recipiente in senso rotatorio, senza mai mescolare. Se vi sentite abbastanza sicuri da maneggiare gli ingredienti fondamentali (latte, acciughe, cipolle, olio, moltissimo olio) senza aiuto, siete davvero bravi. Chi invece vuole ottenere la magnifica consistenza e la dolcezza seduttiva del piatto senza fare errori, può rivolgersi alla “Confraternita del Bacalà”: fondata a Sandrigo (VI) nel 1987 ha lo scopo di “di difendere, conservare e promuovere il piatto tipico vicentino”. I confratelli, tra stemmi, riunioni e cerimonie di investitura, sapranno darvi tutte le indicazioni per ottenere un baccalà perfetto.

Sarde in saor

Ovvero fare di necessità virtù: nato dalla necessità della gente di bordo di conservare il pesce pescato per averne disponibilità durante i viaggi in mare, le sarde in saor sono un piatto che contiene tutta la storia di Venezia, tra mare e contaminazioni gastronomiche. Ecco le cipolle di Chioggia, bianche e dolci che vengono stufate nell’olio e sfumate con l’aceto; ed ecco le uvette arrivate dal Medioriente. Poi i pinoli. Di fronte a simili ingredienti è difficile che le sarde siano in grado di mantenere un contegno: cedono e basta, disposte a strati. La stessa cosa che capiterà anche a voi, di fronte al piatto.

Fegato alla Veneziana

Un grande classico veneziano, che nasconde delle difficoltà: se sono due gli ingredienti – cipolle e fegato – la bravura sta nel trattarli a regola d’arte per evitare di trasformare un trionfo di morbidezza e dolcezza in un boccone amaro. Se la tradizione vuole fegato di maiale, dal gusto deciso, oggi si preferisce usare quello di vitello o di vitellone, più delicato. Sulle cipolle non si transige: bianche, rigorosamente di Chioggia, che non vanno tritate ma tagliate a metà e affettate sottilmente. La carne viene tagliata a listarelle e cucinata insieme alle cipolle.

SOPA COADA

Storico piatto trevigiano, nato poverissimo e ora asceso a piatto ricercatissimo, quasi introvabile. Letteralmente significa zuppa covata, per via della lunga cottura, che nei forni delle vecchie cucine economiche poteva arrivare anche a quattro/cinque ore. Più che una zuppa è in realtà un pasticcio di piccione e pane. Le carni devono essere quelle di piccione novello, disposte a strati sul pane, bagnate da brodo e cotte in forno. Si serve, caldissima, come piatto unico, inderogabilmente nelle terrine di terracotta e accompagnata con una tazza di brodo bollente con il quale si può rendere più morbido ogni boccone.

Sopressa e polenta

Polenta e baccala

TIRAMISU

Veneto o friulano? Con panna o senza? Classico o destrutturato? Nonostante un acceso dibattito sulla paternità e azzardate dichiarazioni di noti chef sull’aggiunta di ingredienti non previsti, noi abbiamo deciso senza possibilità di replica di inserire il tiramisù tra i piatti regionali veneti. Da Treviso ha conquistato il mondo, diventando uno dei dolci più conosciuti e, conseguentemente, maltrattati di sempre. Se avete dei dubbi sulla ricetta, potete sempre ripassarla qui, oppure programmare un giro a Treviso e assaggiarlo nel ristorante che gli ha dato i natali, le Beccherie.

PANDORO

Mostarda di Vicenza

TRENTINO ALTO ADIGE

LA cucina alpina è ricca di piatti dall’orogine molto povera, prodotti semplici e facili da fare, del resto la cucina contadina è fatta di cose semplici che poi la moderna cucina ha trasformato in gastronomia di qualità.

Canederli

Probabilmente con lo Speck il piatto più conosciuto dai turisti  e più amato dai trentini, con la loro inconfondibile forma rotonda è un piatto molto comune  fatto con pane vecchio, uova, farina, latte, speck e pancetta, si mescola, si da una forma grossolana con le mani e sono pronti per essere cucinati con brodo o co burro fuso e salvia 

Zuppa d’Orzo

La zuppa d’orzo è un primo a base di orzo perlato, verdure e carne affumicata di maiale e può essere preparata utilizzando sia il brodo di carne che l’acqua. Chiamata anche Gerstensuppe, questa ricetta rappresenta un caldo e saporito piatto tipico dell’Alto Adige, perfetto per scaldare una fredda giornata invernale.


Tagliato a pezzetti o a fettine sottili, con Schuttelbrot (pane di segale altoatesino croccante) e un bicchiere di vino locale, ecco come gustare lo speck secondo la tradizione. Ma lo speck si presta a moltissime preparazioni e può essere consumato con o senza crosta speziata, affettato a mano o con l’affettatrice, tagliato a dadini o a bastoncini. Lo speck tagliato molto sottile si scioglie meglio in bocca, ma qualsiasi sia il modo in cui sceglierete di tagliare lo speck ricordate di eliminare prima la cotenna e tagliare sempre contro fibra. Il suggerimento: lo Speck si conserva bene per alcune settimane in frigorifero tra due piatti fondi. Il sito ufficiale del Consorzio offre molte altre ricette sfiziose a base di speck per la vostra tavola. Lo speck è una icona dell’Alto Adige a tavola, una prelibatezza conosciuta nel mondo e celebrata ogni primo fine settimana di ottobre in Val di Funes, con un evento che richiama amanti delle tipicità enogastronomiche italiane.

Il grostl è una ricetta tipica della tradizione tirolese. Il grostl, ovvero rosticciata, è una preparazione tipica della cucina povera in quanto veniva preparata per riutilizzare gli avanzi. Esistono varie versioni del grostl e una delle più diffuse è quella con la carne: si prepara con le patate e la carne avanzata rosolate in padella con cipolla e burro fino a quando diventano ben dorate e croccanti. La nostra versione invece si prepara con patate lesse, cipolla e speck, ideale per riciclare le patate avanzate. Fate raffreddare completamente le patate prima di ripassarle in padelle e, se avete tempo, preparatele in anticipo e conservatele in frigorifero. Se piace potete aggiungere anche dei funghi freschi alla rosticciata. Aggiungete a piacere un rametto di rosmarino o di timo fresco.

Gli spätzle o tortelli tirolesi, alle erbe rappresentano una versione molto più leggera e salutare rispetto ai classici gnocchetti di patate del giovedì: con il loro semplicissimo impasto a base di uova, farina e acqua, vengono di solito conditi con verdure, pomodorini o burro e salvia. Questo spiega in parte l’origine del loro nome, che in tedesco sta a significare passerotto e il modo in cui vengono tradizionalmente gustati. La loro estrema leggerezza e la dimensione piccola e arzigogolata, li distingue dalle ricette molto più elaborate e sostanziose della cucina tedesca, tanto da essere serviti di solito come contorno di piatti a base di cacciagione. In Italia – in particolare in Alto Adige – però, la diffusione degli spätzle ha assunto i connotati di un vero e proprio piatto preparato con un impasto a base di spinaci e conditi con burro e speck. 

Il tortel di patate è un piatto tradizionale della cucina trentina. Si tratta di una schiacchiatina di patate cotta in abbondante grasso fino a che non diventa croccante e dorata. In alcune ricette le patate si sminuzzano con una grattugia a fori larghi fino a ottenere un impasto piuttosto liquido, si elimina il liquido di vegetazione e se ne ottiene un composto piuttosto morbido che viene addensato con la farina. In altre ricette le patate sono tagliate più grossolanamente e amalgamate con la farina. Solitamente il tortel viene farcito con salsiccia, funghi o salumi e consumato come street food o per cena durante la stagione fredda. Noi abbiamo farcito due tortel con champignon trifolati, speck e groviera per un risultato filante. Voi potete utilizzare prosciutto cotto, salsiccia ripassata in padella, erbette di campo scottate, Asiago, Gorgonzola o Emmenthal. Accompagnatelo con una zuppa leggera o con una insalata di stagione.

Polenta e verza( e salsiccia) in tutte le salse

È un misto di  cavolo cappuccio e/o verza, salsiccia costine di maiale, luganega, pancetta e croste di formaggio. Si lascia cuocere a fuoco lento, molto lento e poi si assapora con una bella fetta di polenta fresca, delizioso

–Polenta della val pusteria

Ritiratela, versatela in una zuppiera larga e bassa, cospargete la superficie con le acciughe dissalate e tritate, il formaggio tagliato a dadini, il pepe macinato al momento e servite a tavola questa polenta tiepida oppure a temperatura ambiente.

—Polenta e patate al forno

Crauti e Wurstel

Cavoli in tutte le salse

Verza al forno con formaggio

Strudel

Lo strudel di mele è un classico dolce della tradizione sudtirolese a base di una sottile sfoglia e un ripieno di mele, uvetta, pinoli, aromatizzato alla cannella. Lo strudel viene anche preparato secondo le varie usanze locali del nord Italia, con ripieni diversi che prevedono anche versioni salate, a base ad esempio di carne o verdura

EMILIA ROMAGNA

vANTA IL PRIMATO TRA LE REGIONI ITALIANE PER NUMERO DI SPECIALITÀ RICONOSCIUTE CON LE DENOMINAZIONI DOP E IGP ED È UNA DELLE CUCINE REGIONALI PIÙ APPREZZATE E CONOSCIUTE AL MONDO. ECCO I PRODOTTI DELL’EMILIA ROMAGNA

Cappellacci di zucca

Simbolo della cucina di Ferrara, i cappellacci di zucca hanno una storia antica legata al territorio, tanto da aver guadagnato la dicitura Igp. Il nome “cappellaccio”, caplaz in dialetto ferrarese, secondo alcuni storici fa riferimento alla forma simile a quella del cappello di paglia dei contadini ferraresi, chiamato per l’appunto caplaz. Secondo altri, invece, possono essere considerati la risposta ferrarese ai cappelletti, altra pasta ripiena tipica delle province di Modena e Bologna.

Cappelletti

Simile al tortellino, il cappelletto si differenzia per il ripieno di magro, con formaggio tenero – ricotta o cacio raviggiolo – scorza di limone e noce moscata. Un tempo veniva preparato dopo la quaresima ed era destinato alle tavole delle grandi occasioni.

Certosino di Bologna

Un dolce tradizionalmente preparato per le feste di Natale con farina, miele, frutta candita, mandorle, pinoli, cioccolato fondente, uvetta, burro, anice e cannella. Una torta dolce soffice e dalle origini antiche, e il sapore piacevolmente speziato. A creare la ricetta, infatti, furono i frati della Certosa, oggi cimitero di Bologna, che si ispirarono al panspeziale già preparato durante il medioevo dai farmacisti (gli “speziali”).

Ciccioli

Prodotti dalle umili origini, ricavati dalla lavorazione del grasso del maiale durante la preparazione dello strutto. Una specialità delle famiglie contadine, solitamente consumata all’interno di focacce, prodotti da forno o anche da soli come snack.

Crema fritta

Cubetti di crema pasticcera densa e fritta: la classica crema usata per i dolci viene fatta rassodare, prima di essere passata nell’uovo e nel pangrattato e immersa in olio bollente.

Crescentine

Impasto a base di farina, strutto, latte, acqua minerale, lievito di birra e sale, tradizionalmente fritto nello strutto: in altre zone è conosciuto con il nome di gnocco fritto, ma a Bologna questa specialità rigonfia dalla pasta sottile si chiama crescentina. Si può gustare come antipasto o golosa merenda, insieme a salumi tipici del territorio.

Culatello di Zibello

Salume prodotto nel periodo tra ottobre e febbraio a partire dalla coscia del suino, salata e insaccata nella vescica, legata con lo spago e lasciata stagionare. Il periodo di stagionatura va da un minimo di 10 mesi a un massimo di 14.

Lasagne

Le lasagne al forno così come oggi le conosciamo iniziano a comparire a partire dall’Ottocento, specialmente nel Sud Italia, dove venivano preparate per gli ospiti speciali. Il condimento perfetto per questo timballo di pasta all’uovo è il ragù alla bolognese.

Mortadella di Bologna

Insaccato a base di carne di suino, dal colore rosa chiaro e il profumo unico, preparato con tagli pregiati come carne e lardelli di qualità. È disponibile con o senza pistacchi.

Parmigiano Reggiano

Formaggio a pasta dura perfetto per essere grattugiato e spolverato sui primi piatti, impiegato nelle farce oppure da gustare in purezza. Si produce tra le province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna ed è protetto dalla denominazione Dop. Viene prodotto con vacche di razza Reggiana rossa oppure Frisone.

Passatelli

Uno dei primi piatti più apprezzati della regione: i passatelli sono un classico intramontabile della cucina emiliana, perfetti per le giornate più fredde. Si preparano con parmigiano, pangrattato, uova, midollo di bue, spezie (noce moscata e pepe in primis), un impasto sodo che viene fatto passare in un apposito attrezzo forato, da cui si ottengono dei cilindretti lunghi, da cuocere in brodo.

Piadina

Nel cesenate, nel forlivese e nel ravennate è spessa e soffice, mentre nel riminese è sottile e leggermente più grande. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi: i primi documenti ufficiali sono datati 1371, ma pietanze simili erano già in uso fra i romani. In alcune tipologie (come il cassone) la farcitura avviene prima della cottura sui testi. Un’altra variante popolare viene da Forlì ed è chiamata “piadina della Madonna del fuoco”: una focaccina piatta e dolce, preparata per la festa della patrona e caratterizzata dal profumo di anice.

Prosciutto di Parma

Uno dei salumi più famosi al mondo, riconoscibile per il marchio a corona che viene impresso sull’insaccato. Si tratta di un prosciutto crudo piuttosto dolce, privo di additivi se non il sale, unico conservante ammesso.

Tagliatelle

La leggenda narra che sia stato Zafirano (o Zaffirino), cuoco alla corte di Giovanni II Bentivoglio, a inventarle in occasione della visita di Lucrezia Borgia a Bologna. Secondo il racconto popolare, il cuoco si sarebbe ispirato proprio ai capelli biondi della donna per creare le celebri tagliatelle. Originariamente riservate ai giorni di festa, venivano consumate anche dalle famiglie meno abbienti nelle campagne. Da sempre, vengono preparate anche nella versione dolce, fritte e addolcite con zucchero, solitamente consumate nel periodo di Carnevale.

Tigelle

Focaccine provenienti dall’appennino modenese, diffuse anche in altre zone della regione, in particolare nel reggiano. Il nome deriva dallo strumento usato per cuocerle: in origine, infatti, venivano cucinate mettendole su dischi di terracotta o pietra refrattaria (le tigelle, appunto).

Tortellini

Una delle paste ripiene più diffuse in tutta la regione, la cui paternità è da tempo contesa fra Bologna e Modena. Come spesso accade, non esiste una ricetta unica per la farcia, che cambia di famiglia in famiglia. Per gustarli, l’abbinamento ideale è con un buon brodo.

Tortelloni

Una pasta ripiena che prevede diverse farce a seconda della zona. Il nome deriva dal latino turta e indica una preparazione farcita: inizialmente, infatti, la turta era una sorta di torta rustica composta da due strati di pasta e ripiena di verdure. Fra le tante chiusure possibili della pasta, si distingue quella piacentina cu la cua, ovvero con due code, la classica chiusura a caramella.

Torta di riso

Tradizionalmente veniva preparata durante gli Addobbi, le feste periodiche parrocchiali in concomitanza con le celebrazioni del Corpus Domini, in cui era uso esporre alle finestre dei drappi colorati. Si prepara con riso cotto lentamente nel latte, zucchero, uova, cedro candito e amaretto.

Squacquerone

Formaggio vaccino cremoso spalmabile, chiamato così proprio per via della consistenza che si “squaglia”. Quello di Romagna è tutelato dalla Dop ed è uno degli ingredienti più utilizzati per farcire le piadine, insieme a rucola e prosciutto crudo.

Parmigiana di Melanzane

Melanzane lunghe, mature e rigogliose, tagliate di lungo e poi fritte, oppure semplicemente grigliate. Inizia così la storia d’amore tra l’ortaggio e il pomodoro, il latticino e il parmigiano.
C’è chi le melanzane le frigge dopo averle intinte velocemente nell’uovo, chi fa il sugo rigorosamente con pomodoro fresco, chi sceglie la provola al posto della mozzarella di bufala. Ognuno ha i propri segreti e le proprie abitudini, ma una cosa è certa: tra i piatti tipici campani questo è proprio il re. Identitario, che parla d’estate e di sole, che arricchisce le nostre tavole con allegria e generosità.
Si può resistere a un piatto di parmigiana di melanzane?

Formaggio di fossa di Sogliano

Garganelli

In dialetto romagnolo, il termine garganel indica l’esofago del pollo: è proprio da qui che deriva il nome garganello, formato di pasta rigato che ricorda un po’ per la forma il garganel. Per ottenere la pasta, si utilizza il pettine del tessitore, un apposito attrezzo necessario per la rigatura, costituito da una serie di fili paralleli tenuti insieme da un telaio di canne.

Gnocco ingrassato

Lo gnocco non è sempre fritto: nelle province di Reggio Emilia e Modena il termine indica infatti anche una focaccia cucinata nel forno e arricchita con lardelli di maiale. Gli ingredienti sono farina di frumento, strutto di maiale, acqua gassata e sale: in alcune varianti è contemplato anche il lievito, mentre in altre è assente.

Sangiovese, Gutturnio, Pignoletto, …………..

Ferrara e Comacchio

Qui la padrona di casa è l’anguilla cucinata in tutti i modi: ai ferri, in umido, e marinata. C’è anche il pescato di mare, come cozze, vongole, seppie e gamberetti. La piadina romagnola, spaghetti ai frutti di mare e la classica polenta con sogliole, branzini 

TOSCANA

Antipasto chiama crostini, la base è ovviamente il pane toscano, unico nel suo genere nel panorama italiano: oltre ai requisiti specifici di produzione, forma e caratteristiche organolettiche richiesti dalla DOP, si distingue per la mancanza di sale. Nel XII secolo  Pisa blocca i rifornimenti di sale a Firenze che prima abbozza, poi apprezza e infine spara a zero con la sferzante penna di Dante che nel suo Paradiso scrive: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e l’salir per altrui scale”. Poi si aggiunge l’aglio sfregato a crudo sul pane, olio extravergine toscano e pomodorini freschi tagliati a pezzetti. Una variante è fatta con patè di fegato, acciughe e capperi.

ZUPPA COL POMODORO

Il segreto di questo piatto sta negli ingredienti: pane raffermo, pomodori, aglio, olio e basilico basta metterli insieme, e se sono buoni fanno praticamente tutto da soli

Ribollita

VegetarianaLa Ribollita è uno dei piatti invernali più popolari in Toscana ed è una zuppa che contiene diversi tipi di cavolo, fagioli, cipolle e carote: un mix perfetto per affrontare la stagione fredda. È un piatto tipicamente invernale non solo perché va servito molto caldo, ma anche perché l’ingrediente principale è il cavolo nero che cresce in inverno. Le origini sono di una semplice zuppa contadina con ingredienti molto semplici ma allo stesso tempo nutrienti e genuini. Anche in questa ricetta, così come per la pappa al pomodoro, l’ingrediente principe è il pane raffermo. Il nome fa intuire come era consumato il piatto: veniva mangiato il giorno dopo che era stato fatto, riscaldato in una pentola con l’olio extravergine di oliva e poi bollito di nuovo, cosa che lo differenzia da una semplice minestra di pane. Il cavolo utilizzato per la ribollita deve essere cresciuto sotto una gelata invernale perché sia veramente gustoso. Oltre agli ingredienti principali, il piatto è rifinito da un filo di olio extra vergine e da una cipollina fresca affettata sopra.

Panzanella

VegetarianaLa Panzanella è un piatto unico della tradizione toscana fatto con pane raffermo, cipolla rossa e basilico, il tutto condito con olio, aceto e sale. Questo piatto fu menzionato niente meno che da Boccaccio, originario di Certaldo, a metà del 14° secolo e da Bronzino, famoso pittore rinascimentale fiorentino, che scrisse una poesia per celebrare questo piatto. Per questa ricetta si deve lasciare il pane a mollo nell’acqua per una decina di minuti, poi si strizza e si aggiungono gli altri ingredienti, che oltre a quelli già menzionati possono includere i pomodori e il cetriolo e molte altre varianti che cambiano da cuoco a cuoco. Il piatto va servito freddo, per questo è uno dei piatti tipici dell’estate toscana.

PAPPARDELLE al sugo di cinghiale

Il dialetto toscano, ricordiamo, è la fucina di tutta la lingua italiana. Uno dei termini per cui gli siamo più riconoscenti è pappardelle. Questo formato di pasta all’uovo tipicamente toscano deriva dal bellissimo pappare, che oltre alla sua funzione adorabilmente onomatopeica, rende benissimo i nostri sentimenti nei confronti di questo piatto. Qualcuno potrebbe dire che assomigliano alle tagliatelle emiliane, noi avvisiamo gentilmente i naviganti che qua siamo su campi minati che nemmeno vi immaginate. Rimaniamo concentrati sul nostro prodotto: le pappardelle in origine l’uovo se lo sognano e partono da un impasto di acqua e farina. Sono molto larghe, mantenendosi sui 2cm con la possibilità di arrivare fino a 4, e al tatto risultano ruvide (mai stati leccati da un gatto?).

PICI all’aglione

Andiamo in Val di Chiana per scoprire prima di tutto il condimento di un altro primo imperdibile. L’aglione è un’antica varietà di aglio gigante (sì, avete capito bene) che fa la gioia di innamorati, soggetti al reflusso gastroesofageo e persino vampiri. Sì perché è privo di allicina, il composto solforganico tipico dell’aglio, e quindi non puzza! Questo campione può avvicinarsi al chilo di peso ma è un po’ un cuore solitario: è registrato infatti nell’Arca del Gusto di Slow Food, che recupera tutti quei prodotti tipici a rischio di estinzione.

Quindi cosa aspettate a mangiarne a più non posso (a maggior ragione senza effetti collaterali) accompagnandolo ai pici? Gli spaghettoni irregolari vengono conditi con un sugo a base di pomodoro e aglione, una specie di “ajo e ojo” più dolce e meno aggressiva che saprà convertire tutti quei miscredenti che di solito evitano questo sapore come la peste.

Cacciucco

Ci siamo mossi nell’ambiguità, ora possiamo tornare alla luce del sole. Ancora meglio se il sole lo prendiamo in spiaggia, sulle bellissime sponde tirreniche della provincia di Livorno, patria di questa zuppa di pesce (sul serio stavolta) ormai diventata ricetta nazionale. Il cacciucco prevede da 5 a 13 varietà di pesce e molluschi nel significato più profondo dell’espressione Chi più ne, ha più ne metta. Del resto quando rimane del pesce invenduto che fai, lo butti?

Proprio da questo assunto prende vita il cacciucco, costituito da un all-you-can-add di scorfani, triglie, seppie, cicale, moscardini, gronco, tracina, polpo,…il tutto cucinato in una succulenta salsa di pomodoro, vino rosso e brodo di pesce da accompagnare con chili di pane casereccio tostato. Non ci sono vere e proprie linee guida sulla scelta del pesce, l’importante è usare prodotti freschissimi (previo abbattimento)

TONNO DEL CHIANTI

Anche qui la carne non si accontenta di essere tale e chiama in causa quei poveri cugini marini che di solito finiscono in scatoletta. Il tonno del Chianti, ne siamo consapevoli, non fa parte dei secondi ma andrebbe fatto filare su con gli antipasti. Tuttavia l’assonanza carni-pesci ci sembrava troppo azzeccata per non menzionarla in questa posizione. In questo caso succede che il maiale, anzi la lonza venga tagliata a fettine e ricoperta di sale per almeno 3 giorni. Poi si passa alla cottura in vino bianco (probabilmente in tempi che sono ancora più lunghi rispetto alla scottiglia), alla sgrassatura e alla conservazione sott’olio ed erbe aromatiche: tutti questi passaggi assicurano un radicale cambiamento di consistenza del maiale, rendendolo tenerissimo quasi appunto quanto il suo contraltare squamato.

Bistecca alla fiorentina

CarneSo che la stavate aspettando! Del resto è lei la regina della cucina toscana… la bistecca alla fiorentina! Da tanto che è famosa non occorre nemmeno dire il nome completo, basterà ordinare una fiorentina e tutti sapranno di cosa si sta parlando. Sono due le caratteristiche fondamentali per una buona fiorentina: un ottimo taglio di carne e una cottura al sangue. La preparazione è molto semplice, basta mettere la bistecca sulla griglia sopra una brace senza fiamma senza bucare la carne e girandola una sola volta, salando la parte cotta prima da una parte poi dall’altra. Servono circa cinque minuti per lato, poi può essere servita con una spolverata di pepe nero macinato e volendo un po’ di limone strizzato.

Lardo di Colonnata

CarneColonnata, tra le montagne delle Alpi Apuane a pochi chilometri di distanza da Carrara, è la patria del lardo toscano più famoso. È un salume a indicazione geografica protetta (IGP) prodotto con lardo di suino stagionato in conche di marmo di Carrara. La ricetta per la riuscita di un buon lardo è segreta, ma possiamo affermare con sicurezza che è adagiato nelle conche di marmo strofinate con aglio e che il lardo è alternato a pepe, cannella, chiodi di garofano, coriandolo, salvia e rosmarino. La stagionatura è portata avanti per alcuni mesi (tra 6 e 10) dopodiché è pronto per essere servito in fette sottili con un po’ di pane o in alcune preparazioni che possono includere verdure, legumi o abbinamenti più audaci come i crostacei.

DOLCI

La prima in ordine cronologico è la panina toscana dalla provincia di Arezzo. Questo lievitato a base di farina, uova, burro, uvetta e zafferano, viene consumato durante tutto il periodo pasquale, Quaresima compresa. Come dire, i digiuni si sopportano meglio con una bella fettona dolce e gialla nello stomaco!

All’inizio di Novembre ci spostiamo a Siena per assaggiare il Pan co’ santi, un impasto lievitato arricchito da noci, uvetta e abbondanti dosi di pepe. Che aiuti ad allontanare qualche spiritello dispettoso? Noi nel dubbio ne mangiamo, anche se pizzica.

Rimaniamo a Siena per finire l’anno in bellezza con il panforte, dolce natalizio a base di frutta secca, spezie e miele. Quale frutta secca, quali spezie, quale miele? A questa e ad altre domande risponde pronta la nostra formidabile ricetta perfetta: perché le mani dovete sporcarvele comunque, ma almeno vi garantiamo il successo nel minor numero di tentativi possibili!

Lambredotto

Dopo il campanile di Giotto e il Ponte Vecchio, il simbolo di Firenze è tutto da divorare, provando (di solito senza successo) a non sporcarsi. Il lampredotto è IL cibo da strada, non solo nel capoluogo toscano ma in tutta la penisola, uno dei “panini” (anche se il termine è terribilmente riduttivo) artigianali più amati in assoluto. Specialità imprescindibile tra i piatti tipici fiorentini, il lampredotto è per i forti di stomaco visto che essenzialmente di quello si tratta.

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MARCHE

Passeggiata tra i vicoli del borgo prima dell’ultima cena del weekend rigorosamente a base di pesce, vista la vicinanza del mare, con il classico brodetto, la zuppa di pesce dell’Adriatico da accompagnare con il Verdicchio dei Castelli di Jesi, l’ottimo vino bianco regionale.

LAZIO

L’origine degli Spaghetti alla Carbonara non è molto chiara, in quanto si dice che sia stata inventata probabilmente dagli Americani durante la seconda guerra mondiale. Si racconta che, date le scarse razioni alimentari e la difficoltà di reperire il cibo, i militari del tempo decisero bene di unire le uova in polvere e il bacon alla pasta.

Per prepararla oggigiorno fortunatamente non è più necessario utilizzare le uova in polvere, ma si possono utilizzare le ben più saporite uova fresche, il guanciale, il formaggio pecorino e l’immancabile pepe.

Naturalmente si può anche variare il formato della pasta, utilizzando ad esempio i bucatini, oppure alleggerire il sapore dell’uovo preparando una Carbonara alla Ricotta. Derivazione della Carbonara sono le Fettuccine alla Papalina, preparate con prosciutto crudo al posto del guanciale e parmigiano invece del pecorino.

Un altro primo piatto della tradizione romana è l’Amatriciana, che viene preparata con pancetta, sugo di pomodori e cacio. Questo piatto ha origine dalle antiche Tagliatelle alla Gricia, dove però manca la salsa di pomodoro. Con il cacio invece non si può dimenticare la deliziosa pasta Cacio e Pepe, un piatto veloce e unico nel suo gusto, grazie alla presenza importante del pecorino romano.

Simile all’Amatriciana è la pasta all’Arrabbiata, chiamata così perché la quantità di peperoncino nella ricetta fa diventare paonazzo chi l’assaggia! Si differenzia dalla prima per la presenza del peperoncino fresco al posto del pepe e anche per la mancanza della pancetta, che però può essere aggiunta a piacimento.

Questa ricetta è molto veloce e viene solitamente cucinata all’ultimo momento se si hanno ospiti improvvisi. Un’altra ricetta tipica laziale è la “Pasta Aio e Oio”, preparata in padella con aglio, olio extravergine e peperoncino. Questa è ottima perché si può fare in quattro e quattr’otto con ingredienti che si hanno sempre in dispensa.

L’agnello è l’ingrediente principale di una delle specialità tipiche del Lazio: l’Abbacchio a scottadito. Per preparare questa pietanza tipica si utilizzano le costolette dell’animale che, dopo essere state cosparse con uno leggero strato di strutto, sale e pepe, vanno arrostite sulla griglia incandescente e servite, appunto, caldissime. Sono ottime da gustare così, oppure possono essere accompagnate da salse speziate.

Sempre in tema di interiora, tra i cibi tipici romani, non possiamo non menzionare la Trippa alla romana che è un tripudio di sapori grazie alla presenza della mentuccia, del vino rosso e del soffritto di carote e cipolle.

Con un altro taglio insolito di carne, si prepara una delle specialità gastronomiche più famose: la Coda alla Vaccinara. Per prepararla bisogna acquistare la coda di bue o vitello, già tagliata a pezzi non troppo grossi, e cuocerla in un soffritto di olio e lardo, a cui si aggiungono poi le verdure: sedano, carote e cipolle. Solo in seguito si aggiungono i pomodori pelati e si lascia cuocere per parecchie ore, solitamente tre o quattro, finché non si ottiene un buon sugo ristretto con il quale si può poi condire un bel piatto di rigatoni.

Tornando invece ai tagli di carne classici, c’è un piatto romano che viene preparato ormai in tutta Italia, grazie alla sua bontà e semplicità di realizzazione: i Saltimbocca alla Romana. Per prepararli servono delle fettine di vitello, del prosciutto crudo e delle foglie di salvia. Questo piatto è ideale per chi ha poco tempo a disposizione per cucinare ma desidera mangiare un piatto ricco di sapore.

Il contorno di verdure più famoso è sicuramente il piatto di Carciofi alla Giudia, molto semplice da preparare ma veramente delizioso. Si prepara con carciofi romani, quelli senza spine, che vanno puliti e poi fritti nell’olio bollente. Volendo, si può variare la ricetta originale preparando con gli stessi ingredienti una Torta salata di carciofi alla giudia, che costituisce sicuramente un piatto unico più sostanzioso.

Le torte salate sono cucinate molto spesso nei dintorni di Roma e prevedono l’utilizzo di verdure classiche della tradizione, e facili da trovare in tutta la regione, come la cicoria, le puntarelle e i carciofi, spesso accompagnati dalle olive di Gaeta, molto famose per la loro bontà.

Se invece si preferisce un contorno più semplice che non richiede cottura, si può puntare su una buona insalata di puntarelle, verdura tipicamente romana dal sapore amarognolo, attenuato dalla presenza delle alici che ne smorzano il sapore. Sempre con le puntarelle, è d’obbligo mangiare la pizza romana che è più alta di quella napoletana e spesso preparata con la mozzarella di bufala al posto del fiordilatte.

Un’altra insalata tipica della tradizione romana è quella di fagioli, a cui si aggiungono le acciughe, la cipolla e il timo. Per un’insalata veloce e più sostanziosa, si possono utilizzare invece la caciotta a tocchetti, le zucchine a crudo, i pomodori e la mentuccia.

Giovedì gnocchi, venerdì pesce e sabato trippa! Gli gnocchi sono un antico primo piatto, preparati con le farine più varie e diffusi in tutto il mondo, anche in diverse forme. Come vuole la tradiziona romana, questi rappresentano proprio il classico piatto del giovedì, probabilmente posto in mezzo alla settimana per compensare la leggerezza del pasto del giorno successivo…un’arcana usanza che ancora oggi viene portata avanti dai cittadini romani più nostalgici. Oggi abbiamo scelto di proporvi una tipica ricetta laziale: gli gnocchi alla romana! Succulenti dischi di semolino caratterizzati da una dorata crosticina, resa così fragrante grazie all’aggiunta di burro e pecorino! Certo, a Roma, il giorno giusto per prepararli è il giovedì ma, una volta provati, ve ne innamonere a tal punto che ogni giorno sarà quello giusto per portare in tavola questi gnocchi alla romana! Il segreto? Serviteli ancora fumanti per scoprirlo!

I maritozzi sono dei soffici e golosi panini dolci farciti con panna montata, tipici della cucina romana, serviti a colazione in ogni bar della Capitale e dintorni. L’impasto dei maritozzi è arricchito con pinoli, uvetta e scorza di arancia candita e una volta cotti questi morbidi dolcetti vengono spennellati con uno sciroppo dolce di acqua e zucchero.
Una volta raffreddati, dovrete tagliare i maritozzi al centro oppure leggermente di lato e farcirli con tanta panna montata.
I maritozzi renderanno le vostre colazioni davvero irresistibili!

Pecorino Romano

Le chiacchiere sono croccanti e delicate sfoglie fritte tipiche del periodo di Carnevale e sono chiamate con nomi diversi a seconda delle regioni di provenienza: chiacchiere e lattughe in Lombardia, cenci e donzelle in Toscana, frappe e sfrappole in Emilia, cròstoli in Trentino, galani e gale in Veneto, bugie in Piemonte, così come rosoni, lasagne, pampuglie, ecc.. Sono un dolce molto friabile, ottenuto tirando sottilmente un semplice impasto successivamente fritto e cosparso di zucchero a velo per il tocco finale. La loro forma rettangolare, con due tagli netti centrali, rende le chiacchiere inconfondibili e attira immediatamente da tempo immemore la golosità di grandi e piccini. La loro presenza nelle vetrine rende l’aria  immediatamente frizzante e allegra, insieme alle castagnole semplici o ripiene, alle bugie e alle zeppole !

SVIZZERA

Lago di Ginevra

RACLETE

Impossibile fare un viaggio a Ginevra e non assaggiare il Raclette. Piatto a base di formaggio che non ha una vera e propria ricetta, ma più precisamente una procedura. Si taglia la forma di formaggio (che è a pasta dura) a metà e si scalda al fuoco. Quando la parte superiore si scalda abbastanza fino a sciogliersi, si pone sul piatto. La tradizione vuole che si serva con patate al cartoccio e sottaceti. Curiosità: si dice che bere acqua ostacoli la digestione di questo formaggio

Fonduta al formaggio

Impossibile non conoscere il formaggio svizzero che ha fatto la fortuna culinaria del paese. Per la preparazione della fonduta viene utilizzato un formaggio a pasta dura fuso all’interno di un’apposita pentola che viene chiamata “caquelon” che viene portata al tavolo (calda) dove ognuno intinge il suo pezzo di pane con una forchetta pensata proprio per questo uso. Forchetta che prende il nome di forchetta da fonduta, niente di più semplice.

Rosti

Il Rosti è uno dei piatti più celebri della cucina svizzera, insieme alla raclette e alla fonduta. Ogni città ha una sua variante. E’ un tortino a base di patate che deve il nome al dialetto di Berna che con rosti indicava qualsiasi tipo di ricetta arrosto. Il rosti è oggi così tanto conosciuto che è difficile trovare un ristorante che non lo proponga nel proprio menù considerato che si tratta di un vero e proprio piatto nazionale. In passato veniva servito a colazione ai contadini della Svizzera tedesca, oggi viene per lo più proposto come contorno.

Alplermagronen

Gustoso e tipico, l’Alplermagronen è un piatto a base di pasta, formaggio, patate, cipolle e panna acida. Simile al gratin di patate italiano, questa ricetta viene accompagnata da una mousse o, in alternativa, da salsa di mele. E’ celebre a Ginevra e nelle altre località delle Alpi svizzere.

Cioccolato svizzero

Se assaggiare il formaggio a Ginevra è consigliato, assaggiare il cioccolato è d’obbligo. Si può acquistare nelle cioccolaterie, direttamente nelle fabbriche di cioccolato o scegliere uno dei numerosi dolci in pasticceria o a pranzo/cena. Il cioccolato a Ginevra non manca sicuramente, così come non mancano le varie opzioni per gustarlo al meglio secondo quelli che sono i nostri gusti.

Berna

Dal Cantone di Berna proviene il Berner Platte – un piatto abbondante con diversi tipi di carne e salsicce quali manzo, lingua affumicata di maiale e manzo, lardo affumicato, Rippli (costata di maiale in salamoia), Schüfeli (spalla di maiale), Gnagi (stinco di maiale lesso), salsiccia a base di lingue, orecchie e coda di maiale cotti e serviti su un grande piatto insieme a crauti speziati al ginepro, rape sottaceto, fagioli verdi e/o secchi e patate lessate in acqua salata

Int5erlaken

Formaggio svizzero

Si potrebbe facilmente compiere un viaggio attraverso la Svizzera passando di caseificio in caseificio. Ogni paese, ogni regione ha i propri tipi di formaggio – è incredibile la varietà che si può produrre da un unico prodotto di base, l’ottimo latte svizzero! Ad esempio il morbido e fondente Vacherin. Il saporito Appenzeller. Il recente Sbrinz. L’Emmental e i suoi buchi. Il Gruyère e la sua fama mondiale. O il Tête de Moine, tagliato a rosette. Tutti loro – e gli altri 450 tipi di formaggio affini – fanno di una fonduta, di una raclette, di una merenda «Zvieri-Plättli» un’esperienza culinaria. Una vera e propria fonte inesauribile per le specialità a base di formaggio sono peraltro le bancarelle per la vendita dei contadini e dei formaggiai al mercato settimanale, dove molti formaggi provengono direttamente dall’Alpe e vengono tagliati direttamente dalla forma. Anche nei molti caseifici aperti al pubblico e nelle cantine di formaggio alpestre vale sempre la pena fare una scappata.

St Moritz

La viande des Grisons e i capuns del Canton Grigioni

Benvenuti in Svizzera! Ad attendervi troverete la viande des Grisons, la carne magra essiccata all’aria aperta. Nata come sostituta della carne fresca durante i periodi più poveri, oggi è considerata una vera e propria prelibatezza prodotta con i tagli migliori del bovino, e per questo viene venduta a caro prezzo. Volendo potete anche scegliere la carne essiccata di manzo, agnello, suino, capriolo e cervo.

In alternativa potete optare per un primo di tutto rispetto, i capuns, che si presentano come involtini arrotolati in foglia di costa o di bietola, bolliti nel latte e nel brodo e serviti con un pizzico di speck, formaggio, cipolle o l’Andutgel, il celebre prosciutto cotto grigionese. Per concludere in bellezza, una volta arrivati nella cosmopolita Saint Moritz, entrate in una delle pasticcerie stellate e ordinate una fetta di Tuorta de Nusch Engiadinaisa, la torta di noci engadinese che nasconde, sotto la sua crosta fragrante, una tenera mousse ammorbidita da caramello con abbondanti scaglie di noci.

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CAMPANIA

u ordine di Ferdinando IV, nei forni nei quali veniva cotta la ceramica, venivano cotte anche le pizze. La pizza è così gettonata in tutto il mondo, che la maggior parte degli chef all’estero ha cercato di scoprire i segreti della sua preparazione ma il risultato non è mai perfetto… La vera pizza è solo quella napoletana!

E la mozzarella? Si dice che le sue origini risalgano al Medioevo. Il nome deriva dal verbo “mozzare”, che rimanda al particolare metodo di taglio, praticato con indice e pollice. Nel Cinquecento, a Capua, c’era una grossa compra-vendita. C’è quella di bufala, “l’originale”, prodotta soprattutto a Salerno e Caserta, la più prelibata e costosa.

La regione Campania affaccia sul mare, quindi non mancano le specialità di mare: cozze, vongole, acciughe, polpi, ricci di mare. Solitamente vengono usati come condimento per la pasta o anche da soli come antipasto, quali le acciughe o come secondo.

Pomodori di san Marzano, mele annurche, limoni di Sorrento, pizzette fritte, calzoni ‘mbuttunati… Insomma, chi più ne ha più ne metta!

Non tutti conoscono i friarielli, un tipo di verdura che cresce solo nelle zone della provincia di Napoli e del Vesuvio. Sono sempre accompagnati dalle “cervellatine”, salsicce molto fini. Ben 500 anni di storia vanta la famosa pasta di Gragnano.

Per quanto riguarda l‘arte dolciaria, nella top ten si annoverano: la pastiera, le sfogliatelle, la torta caprese, le zeppole, i roccocò, il migliaccio, i mostacciuoli, il casatiello dolce, il babà, i famosi struffoli che si preparano nel periodo natalizio, seguiti da una lista davvero cospicua di bontà dolciarie.

Ziti napoletani, maccheroni lardiati, paccheri lardiati o ancora mezzanelli spezzati allardiati. La lardiata allardiata è uno dei primi piatti più gustosi e sostanziosi della cucina napoletana, assolutamente da provare in uno dei ristoranti tipici campani o da fare a casa. Gli ingredienti sono semplici: pasta, pomodorini del piennolo e lardo di pancia, uno spicchio d’aglio, peperoncino, e una ricca spolverata di pecorino grattugiato. Il lardo deve essere ridotto sotto forma di crema con l’aiuto di un buon coltello e i pomodorini cotti a puntino. Più che un primo piatto, una vera poesia per il palato.

Frittata di Maccheroni

Tra i piatti tipici della Campania non possiamo non annoverare la frittata di maccheroni.
Da tradizione quando avanzava la pasta con il ragù le mamme e le nonne non avevano alcun dubbio sul da farsi, anzi non era raro cucinare appositamente una quantità maggiore di pasta rispetto a quella prevista, proprio per poter fare successivamente una bella frittata di maccheroni. Piatto estivo che oggi come in passato viene impiegato come cibo da asporto, e preparato in occasione di una giornata al mare o di un giorno festivo da trascorrere fuori casa. La frittata di maccheroni o di pasta è ancora una preparazione molto comune, anche per la sua capacità di poter essere gustata senza essere riscaldata.
Una vera bontà!

Salsiccia e Friarielli

Un piatto tipico napoletano, a cui nessuna famiglia in Campania ha mai rinunciato. L’abbiamo trovato nel panino, sopra la pizza, e in tante altre rappresentazioni. Salsiccia e friarielli fa parte della nostra cultura, la verdura è della famiglia dei broccoli, e a cuocere sono i fiori e le foglie delle cime di rapa, di solito in quantità più che generosa. I friarielli lessati, scolati e ripassati, oppure semplicemente fatti appassire in padella con aglio, olio e un po’ di forte, accompagnano divinamente le salsicce, anch’esse cotte in padella.
Un piatto a cui resistere “è peccato“!

Zuppa di Cozze

Per descrivere questo piatto tipico campano un fiume di parole non basterebbe, poiché tante sono le sensazioni e le suggestioni che solo un mix così succulento di elementi può regalare.
Le cozze pulite tirate a lucido, i tentacoli del polpo sbollentati a regola d’arte nel suo brodo, le marruzze da tirar fuori con l’apposito uncinetto; e poi ‘o russ, l’intingolo a base di forte che solo a Napoli sanno fare, il tarallo napoletano a guarnire la favolosa pietanza… la lista degli ingredienti della zuppa di cozze napoletana sembra un componimento, versi messi uno dietro l’altro recitati da un cantastorie con l’accompagnamento di mandola e mandolino. Un ensemble che ci parla di mare, di antiche tradizioni e di pescatori posillipini.
Insomma, la zuppa di cozze per noi campani, è una poesia!

Pastiera napoletana

Piatto tipico o meglio dolce tipico campano per eccellenza, la pastiera napoletana è legata alle tradizioni pasquali. Grano, ricotta, canditi e le inconfondibili striscioline di pasta frolla che formeranno il disegno di copertura sono gli elementi chiave della nostra pastiera. Negli ultimi anni anche questo dolce ha conosciuto fantasiose varianti, ma se chiedete ad un campano quale dolce rappresenta la Pasqua egli non avrà dubbi nel rispondere: la pastiera napoletana!

Babà

Il babà è una cosa seria, cantava Marisa Laurito sul palco dell’Ariston qualche anno fa. Un verso che la diceva tutta sul pensiero dei napoletani e dei campani riguardo questo dolce.
In versione standard oppure “mignon”, questo dolce tipico campano è una vera esplosione di gusto, con la sua tradizionale bagna di rum e la consistenza morbida e vellutata. Il babà napoletano lo trovi semplice oppure guarnito da crema pasticciera con l’immancabile amarena. Le pasticcerie lo propongono in varie dimensioni, fino alle versioni più grandi, con panna o sempre con crema, per poter soddisfare tutta la famiglia.
Non è domenica senza babà!

Pasta e Fagioli con le Cozze

Quando la voglia di un buon piatto saporito e sostanzioso incalza, in Campania il problema si risolve facilmente con pasta e fagioli con le cozze.
Un piatto ricco e cremoso, che celebra il matrimonio tra i legumi e i frutti di mare, dove l’acqua di cottura delle cozze gioca un ruolo fondamentale nel gioco dei sapori di cui questo piatto è ricco.
Il comfort food tutto napoletano!

Sfogliatella

Liscia o frolla, calda da tuffarcisi mentre si passeggia in centro, ogni morso una poesia.
Semolino, ricotta e canditi per questo piccolo grande dolce tipico campano, che attraversa i tempi senza che nessuno osi riproporlo in una versione diversa.
Cosa sarebbe il mondo senza sfogliatella?

Minestra Maritata

Nella minestra maritata sono molti gli ingredienti che si uniscono felicemente per deliziare umore e palato.
È un piatto tipico campano molto generoso, fatto con verdure miste come scarole, broccoli, cavolo cappuccio, torzelle, cicoria ed erbe aromatiche. Poi ancora carne di maiale o pollo, a cui si aggiungono dei grassi, come ad esempio il lardo.
La ricetta varia a seconda della stagionalità, ma quella più gustosa è a base di primizie di primavera, quando le verdure sono appena germogliate e risultano tenere e particolarmente gustose.
Una sinfonia di sapori!

Peperoni imbottiti alla napoletana, i puparuoli ‘mbuttunati

Conosciuti nella declinazione dialettale come “puparuoli ‘mbuttunati”, rappresentano un secondo piatto che vuole essere un omaggio ai sapori mediterranei. I Peperoni di stagione vengono arrostiti dopo essere stati adeguatamente farciti con un ripieno a base di pane, uova e ingredienti tipici come come olive, capperi e se piacciono anche acciughe. Arricchiscono le tavole estive ma non solo, appagando i sensi con i loro colori vividi, i profumi inebrianti, e infine con un vero e proprio arcobaleno di sapori corroboranti.

Fuori lista, il re dei piatti tipici della Campania: la Pizza!

Non si tratta di essere banali, ma non si può parlare di piatti tipici campani senza annoverare la regina della nostra cucina.
Direte che è facile, ma oggi per fare una buona pizza non si può più improvvisare: s’adda studia’!
Impasti, farine, lievitazione e idratazione: in Campania la pizza è istituzione, ma quali sono le pizze tipiche prive di contaminazioni mo

CALABRIA

TROPEA

A Tropea c’è un ingrediente che troverete spesso riproposto nelle varie ricette e che, insieme al pesce, è la cipolla rossa di Tropea, uno dei grandi protagonisti della tavola!
Si tratta di cipolle bianche all’esterno e rosse-violetto all’esterno, hanno un sapore dolce dato dal microclima locale e dall’ottima qualità del terreno in cui vengono coltivate e poi raccolte, rigorosamente a mano!

Fileja

I fileja sono un tipico formato di pasta calabrese, simili ai fusilli, della lunghezza di circa dieci centimetri, e sono composti dagli ingredienti più semplici: acqua tiepida, un pizzico di sale e semola di grano duro. In genere i fileja sono accompagnati da un sugo alle cipolle rosse di Tropea, ma anche da melanzane, zucchine o dalla più famosa ‘nduja.

Questa pasta ha origine in tempi antichi nelle case contadine e poteva essere consumata appena fatta oppure messa a essiccare e conservata per mesi.

La forma a spirale si ottiene lavorando la pasta con il dinaculu o filejo, il bastoncino di sparto, una pianta graminacea, da cui prende appunto il nome.

1 – Risotto con la cipolla rossa
Un piatto che dovrete assolutamente assaggiare durante il vostro soggiorno in questa città è il risotto con la cipolla rossa di Tropea, che nella sua semplicità esalta al massimo il sapore della cipolla!

Pasta ca’ muddica

Dovrete assaggiare sicuramente la pasta ca’ muddica: un piatto semplice ma gustoso, di terra.

Ca’ muddica signifa in dialetto con la mollica di pane, e infatti protagonista di questo piatto è il pane. La pasta scelta è generalmente lunga, come spaghetti e linguine, i quali vengono conditi con la mollica tostata in padella, acciughe e olio extra vergine d’oliva. A piacere si può aggiungere anche il peperoncino.

Surici Fritti

Un secondo piatto particolare fatto con i pesci pettine, chiamati in dialetto surici!
Questi pesci vivono in acque particolari, con temperature miti e a media-bassa profondità e solamente nei periodi più caldi dell’anno, l’acqua al largo di Tropea è il posto perfetto per loro.

I Surici fritti sono una vera e propria prelibatezza: questo pesce ha una carne bianca e particolarmente saporita e durante il periodo estivo li troverete serviti come secondo piatto praticamente in ogni ristorante. Da assaggiare assolutamente!

Frittata di Cipolla

In Calabria, la cipolla è uno degli alimenti più tradizionali, e pare sia stata introdotta dai Fenici ai tempi della loro dominazione. La cipolla rossa di Tropea è saporita ma dolcissima, ed è diventata uno degli ingredienti base della cucina calabrese.

Un classico piatto semplice ma gustoso che impiega questo ortaggio è la frittata di cipolle, ovviamente con la rossa di Tropea.  Un piatto povero, semplice, con pochi ingredienti facilmente reperibili in campagna, uova e cipolle sale e pepe.

Insalata Tropeana

L’insalata tropeana è un piatto tipico della città di Tropea, l’ingrediente principale è la cipolla che deve essere l’originale di Tropea. Gli ingredienti sono semplici e freschi, e fanno di questo piatto una ricetta molto estiva. Basta unire cipolle rosse, pomodori, cetrioli, peperoni e aromi e condimenti, e si otterrà la perfetta insalata tropeana.

Pipi e Patati

Pipi e patati

Questo piatto può essere mangiato sia come contorno che come secondo piatto! Sicuramente, non è tra i piatti più leggeri. Ma cosa sono i pipi e patati? Si tratta di peperoni e patate fritti in olio extra vergine d’oliva. Per la buona riuscita del piatto è essenziale che gli ortaggi siano freschi e di stagione.

Questo piatto, semplice ma molto gustoso, veniva preparato una volta dai contadini che lo utilizzavano per farcire il pane. Al giorno d’oggi lo si trova in qualsiasi periodo dell’anno e in tantissimi ristoranti e va assolutamente provato almeno una volta.

Stocco di Mammola – dall’alto valore energetico, incluso dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali nell’Elenco Nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali, lo stocco alla mammolese è uno dei piatti più noti della Calabria, preparato in un recipiente di terracotta e condito con ingredienti naturali: patate, pomodori, cipolle, olive e peperoni essiccati. Attenzione: lo stocco è l’unico pesce che è preferibile accompagnare con vino rosso, meglio se appartenente alla tradizione locale.

Pescispata– co-protagonista – insieme allo stocco – della cucina di mare, il pesce spada è alla base di molti piatti sfiziosi e delicati. Potrete scegliere tra numerosi “varianti”: se siete amanti dei sapori intensi, optate per il pescispata alla ghiotta, condito con pomodoro e una buona dose di capperi e olive, o alla bagnarota, con limone e capperi. Un classico, però, è la preparazione “alla reggitana”, con prezzemolo aglio e olio: non potrete rimanerne delusi.

Melanzane ripiene – introdotte dagli arabi a partire dal XI secolo, le melanzane rappresentano un alimento base dell’attuale gastronomia calabrese. Le melanzane ripiene, originarie anch’esse di Mammola, sono un piatto tipicamente estivo, il cui gusto particolare viene determinato dalle giuste quantità di aromi naturali e formaggi presenti nel ripieno. Una ricetta tramandata da generazione in generazione che gli stessi calabresi conservano gelosamente.

Composta di cipolle rosse di Tropea – introdotta in tempi antichissimi dai Greci e dai Fenici, è ottima come accompagnamento per formaggi stagionati e arrosti di carne. L’area di produzione storica è il territorio circostante il Comune di Ricadi, ed il nome “rossa di Tropea” deriva dal fatto che le spedizioni della cipolle in tutto in mondo avvenivano dallo scalo ferroviario di Tropea.